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Il bambino con la bicicletta rossa

Clarissa Missarelli 28 Aprile 2018
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Antimo Casertano ha una fossetta sul mento, i capelli nero corvino, le spalle grosse e la bocca larga. In un’ora e quindici minuti, si contorce, si allunga, si strizza, si rilassa, si contrae, si difende e si protrae. Al Tram porta sul palco “Il bambino con la bicicletta rossa”. Non è la prima volta che lo vedo in scena, ma grazie all’intimità di questo teatro mi sembra di cogliere oggi più che mai ogni piega del viso e ogni goccia di sudore. Una prova davvero complicata quella del giovane attore napoletano, esce ed entra in 9 corpi diversi, senza sosta, senza un attimo di pausa, senza esitazione alcuna.

Antimo Casertano

Racconta la storia di Ermanno Lavorini che l’ultimo giorno di Gennaio aveva 12 anni e proprio nell’ultimo giorno di Gennaio diventa il suo ultimo giorno di vita. Ermanno a casa non ci torna più. Quello che sembra prima un rapimento, diventa poi un giro di prostituzione minorile. Ma i fatti, Signori miei, sono ben altra cosa. Giovanni Meola, autore e regista ci fa vivere quei giorni ricchi di ansia e cupi, anzi neri. Sì decisamente neri.

Antimo Casertano

Antimo è padrone di tutti i personaggi che incarna sul palco, è così bravo da far percepire persino l’odore dolciastro di fogliame marcio della Pineta di Viareggio, Il piccolo Ermanno è emozionato sulla sua biciclettina rossa di rilasciare la sua prima intervista. Pedala felice, ora è libero di dire ciò che è realmente successo. Anche se lui non è più lui, in carne e ossa.

E sotto le luci gialle c’è il playboy viareggino Adolfo, coinvolto nella vicenda, il becchino ( a mio avviso il personaggio più penetrante), il giovanotto che si prostituisce in pineta per tirare a campare, il capo che picchia pugni, il pistarolo, il questore, il carabiniere, il sindaco socialista, tutti tessono fili di una immaginaria ragnatela, tutti c’entrano qualcosa anche se poi non c’entrano niente. Man mano che Antimo si strofina sempre più nervosamente il viso, il pantalone, la bocca, i capelli, la verità e i fatti di cui prima si fanno più chiari. E solo la parola omicidio volontario mette la parola fine a questa triste vicenda di cronaca italiana, perché per un po’ Ermanno è stato figlio di tutte le famiglie italiane.

Grandi applausi e direi tutti meritati.

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